Ogni tanto capita di essere attratti da un titolo, specie quando tocca interessi “di passaggio” e temi che si stanno approfondendo. Allora, si prende in mano il libro, lo si sfoglia a caso, si lancia uno sguardo sulla quarta, si scruta la biografia dell’autore per vedere se ha competenze per parlare di quell’argomento; poi, senza pensarci troppo, lo si afferra con fierezza, si va col sorriso stampato in faccia alla cassa, si paga con bancomat e ci si precipita al bar del centro storico a leggere…

Ho fatto esattamente così, io… ma ho subito nutrito il sospetto che qualcosa sia andato storto in questi farraginosi step che ricalcano il comportamento dell’homo oeconomicus in tempi di Covid-19.

Sin dall’incipit ho capito di aver preso un granchio, di aver speso dei soldi inutilmente. Sarebbe stato meglio dare 13 euro al mendicante che stava seduto fuori la libreria con un cartello che diceva: “Sono povero. Aiutatemi. Ho 3 figli e sono senza lavoro”. E io – da ebete prenatalizio – ho impinguato le casse della minimun fax. Per carità, non esiste un libro sufficientemente brutto da non insegnare qualcosa e non è detto che sia vero quello che il mendicante esponeva, tuttavia questo Vanni Santoni, se avesse fatto pervenire alla redazione di Pluriversum la sua “operetta”, sarebbe stato cestinato all’istante. E non pubblicato neanche per il rotto della cuffia. Perché un editore serio dovrebbe pur fare una selezione di ciò che riceve. E magari minimun fax la fa sempre, anche se con La scrittura non s’insegna (marzo 2020), con tutto rispetto, ha toppato alla grande.

 

Nelle prime pagine, e cioè da pagina 15 a pagina 39, l’autore dispensa un elenco di classici, per lo più contemporanei, da Marcel Proust e James Joyce (!) a Giuseppe Occhiato e Luigi di Russo (?), e descrive il suo metodo di insegnante di scrittura (e sì, signore e signori… il tipo insegna scrittura e fa «parte del corpo docente di una scuola, anzi, due», nonostante il titolo proclami il contrario): leggere leggere leggere. E sticazzi!

Penso che lo sappiano pure alla scuola d’infanzia che per scrivere bene bisogna leggere tanto. Poi, il Nostro, consiglia di scrivere con disciplina «tutti i giorni», secondo il proprio gusto e facendo leva sulla propria creatività (avrà visto il film Professore per amore, con Hugh Grant?); passa a sfatare il mito della “sindrome della pagina bianca”, a dare succulente indicazioni per eludere cliché e banality e, soprattutto – ma qui si rasenta il risibile – per evitare di «scrivere cose noiose” (a parte un anacoluto e un refuso a pagina 65).

Infine, la chicca del capitolo 8, Ostensione (e pubblicazione) che, prima dei ringraziamenti, è quello che illumina d’immenso le brame degli autori in erba.

Sono messi in guardia. Potrebbero

finire nelle mani degli EAP, i famigerati editori a pagamento, che gabbano aspiranti autori, speculando sulla loro inesperienza e sulla loro vanità, chiedendo loro un «contributo» alla pubblicazione o l’acquisto di un certo numero di copie, non di rado indorando la pillola con complimenti fasulli per la qualità del libro o lamentando «le difficili condizioni del sistema editoriale». Oppure potrebbe cadere nella tentazione del self-publishing, finendo a tormentare parenti e amici col suo romanzo autopubblicato al pari di chi si unisce a qualche società piramidale dedita alla vendita al dettaglio di prodotti fitoterapici.

(Notate come il Nostro si stia facendo prendere dalla foga…)

Ma no, il self-publishing è onesto! E poi ho letto che Tizio ha venduto millemila copie con un libro autoprodotto…

(Suspense…)

Sicuramente il self-publishing è un’opzione più pulita e conveniente rispetto alla truffa dell’editoria a pagamento. Ma in termini di accesso al mestiere letterario, le possibilità che offre sono pressappoco le stesse.

(Avete letto bene? Parla di “truffa”, senza evidentemente riflettere sulla portata della parola).

Per “truffa” s’intende un “reato ai danni del patrimonio altrui eseguito mediante falsificazioni o raggiri, allo scopo di trarne profitto”. Pertanto, secondo il singolare acume del Santoni l’editore che propone una pubblicazione a pagamento, per ciò stesso, sarebbe passibile di reato.

E no! Questo è un gioco al massacro! Io non ci sto.

Le case editrici, si diceva, sono imprese

Che sia preferibile il modello free non ci piove, e PLURIVERSUM EDIZIONI ha scelto questo modello perché lo ritiene il migliore. Ma le case editrici sono imprese, la maggior parte delle quali sono PMI. Se ne contano oltre 5.000; alcune fanno pagare la pubblicazione chiedendo l’acquisto di un tot numero di copie; altre esigono un numero minimo di prenotazioni; altre ancora sono low cost; altre vendono online, chi soltanto ebook, chi prevalentemente ebook; alcune hanno proprie piattaforme e-commerce, altre proprie strategie di marketing; e altre sono semplici stamperie che, ogni tanto pubblicano ma per lo più stampano; poi ci sono le case editrici free, di ogni ordine e grado. Ognuna si caratterizza per un suo modo di vedere il mondo… per un suo modo di esercitare l’impresa, compatibilmente alle disposizioni di legge in materia tributaria e commerciale.

Facciamo un passo indietro. Come operano le imprese in un regime di libertà di mercato? Come lavorano? Come sono organizzate? Sono forse per legge tenute a svolgere l’attività secondo un qualche modello formulato da sapientoni e santoni? Sono costrette a vendere secondo quantità pianificate al Cremlino per compiacere qualcuno, oppure possono liberamente offrire la combinazione più vantaggiosa di prodotti e servizi, nel quadro dell’attività prevalente prescelta in sede di apertura di partita iva? Si è incanalati in un ideale di impresa o è sufficiente attenersi alle disposizioni di legge e rispettare le regole del mercato, dando libero sfogo alla creatività?

Risposta evidente, alla luce non tanto della libertà che pure, a leggere la Costituzione, è ben che garantita, ma per il fatto di arricchire l’Erario con non pochi soldini (la pressione fiscale, in Italia, si attesta intorno al 43% del Pil, mentre i Paesi Ocse registrano una tassazione media del 34%); se non si ricevesse nulla in cambio e non fosse possibile sfruttare quelle libertà, avremmo abbondante materiale per comporre una tragedia. Al di là dei proclami lanciati di tanto in tanto per sollecitare lo sviluppo, lo Stato è chiamato effettivamente a proteggere la capacità di innovazione, ricerca e flessibilità delle imprese, in particolar modo delle piccole e medie imprese, che su queste componenti fondano la propria speranza di vita.

Ora, le PMI non possono minimamente competere con le grandi e devono, in qualche modo, reinventarsi quotidianamente, non a caso ma sulla base di una mission, di una politica/filosofia aziendale (mai comunque perentoria, ciò che costituirebbe un fardello più che un riferimento) e – a mezzo di uno storytelling congegnato ad hoc – ritagliarsi uno spazio di operatività, rivolgendosi a una nicchia di clienti o puntare a un target più ampio, magari specializzandosi in un settore senza trascurare le potenzialità di sbocchi alternativi, offrendo ciò che i grandi non offrono, nella consapevolezza che, soprattutto all’inizio, occorre fronteggiare una concorrenza agguerrita (in un campo di battaglia che spesso assume le connotazioni di una vera e propria guerra tra i poveri).

Immaginate voi cosa possa significare, in quest’ordine di idee, prestabilire un criterio ideale di gestione, un vincolo di operatività, un parametro cui attenersi, l’adeguamento a una prassi consolidata, pena la perdita di credibilità… Riuscite a immaginare – vero? – quali deleterie ripercussioni per l’intera economia nazionale sia la privazione delle sole risorse cui fare affidamento: la creatività e la diversificazione. Insomma, non è solo irragionevole pensare che una PMI debba attenersi a un modello prefissato dall’alto. Si tratta di puro e semplice delirio.

Di certo una casa editrice seria e affidabile non si limita a spedire pdf alla tipografia, ma fa scouting, seleziona, giudica la fattibilità di un progetto editoriale, lavora accuratamente sui testi, con editing e correzione di bozze, senza mai tralasciare la collaborazione, l’impegno e il desiderio dell’autore (che ovviamente mira a pubblicare il proprio, di testo, e non quello messo a punto da un editor-ghost writer), ideando una cover che all’autore piaccia, per poi, nella decisiva fase di post-produzione, organizzare presentazioni e promuovere in lungo e in largo il libro, partecipando a premi, fiere e festival, inviando comunicati stampa, contattando critici e testate giornalistiche, soprattutto allestendo una distribuzione efficace. Ma su quest’ultimo punto, l’autore mostra di non capire una mazza di editoria. Afferma, con ingenua supponenza, che i libri devono «arrivare nelle librerie (auspicabilmente in tutte o quasi tutte le librerie d’Italia)». Ebbene, certo… tutte le case editrici, oltre che gli autori, vorrebbero vedere le proprie opere sugli scaffali delle librerie. Ma le librerie non sono forse entità autonome e indipendenti? Sì, alcune, solo alcune, lo sono, quelle che non hanno accordi specifici con grandi distributori e quindi possono (attenzione, possono!) intrecciare rapporti diretti e più semplici con le case editrici, potendosi così aprire conti deposito/vendita. Pensare che una piccola casa editrice possa farlo con “tutte” le librerie indipendenti significa vivere in un’altra dimensione. Non tutte sono disponibile; alcune, per un inspiegabile pregiudizio, non prendono libri di esordienti, neppure se locali, neppure se le paghi. Il discorso cambia se consideriamo le grandi catene librarie come Mondadori, Giunti, IBS e Feltrinelli. Queste, tranne qualche magica eccezione, espongono solo i libri delle grandi firme (di autori già collaudati) e in bella mostra solo quei libri pubblicizzati a go go dalle agenzie di marketing che lavorano in seno alle major. Quindi, un distributore, anche se nazionale, e specie se non fa esso stesso promozione, può solo limitarsi ad accogliere gli ordini, di solito attraverso grossisti come Fastbook, e inviare presso i punti vendita (con ritardi talvolta di un mese e mezzo) le tanto agognate copie che giammai vedranno la polvere di uno scaffale feltrinelliano e men che mai la luce di una vetrina che affacci sulla via principale.

 

Torniamo adesso all’incipit, riannodiamo le fila dell’insano discorso, poi però voltiamo pagina, archiviamo questo libercolo, e non torniamoci più.

In una prima bozza di questo libro, l’introduzione consisteva in una storiella: quella di una rivista autoprodotta i cui membri diventano tutti scrittori a parte uno, quello che aveva deciso di iscriversi a una scuola di scrittura creativa – lui, invece, sarebbe diventato un insegnante di scrittura creativa.

Ha scritto proprio così… ed è come dire: si è deciso di togliere un brano, ma non di toglierne il senso, per cui si riporta indirettamente la storiella cassata dalla redazione. Alla faccia del principio di non contraddizione aristotelico!

Ma non sarebbe stato il caso di pubblicare più gentilmente quella sola storiella – e magari su Facebook – senza rompere i maroni agli insegnanti (veri) di scrittura e agli editori?

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(Antonio Di Bartolomeo)